Contrabbandati

Contrabbandati
In una città dove nulla è davvero ciò che sembra, un Commissario fuori dagli schemi e un Giornalista a caccia della verità, si trovano immersi in una vicenda (forse) più grande di loro, tra traffici, tradimenti e redenzioni. "Contrabbandati" è un romanzo crudo e autentico, che mescola il ritmo del noir con il battito umano di chi, tra errori e speranze, cerca una via d'uscita. Una storia che sorprende, colpisce e, soprattutto, rimane. (Elio Montorsi)

mercoledì 21 ottobre 2026

Dai forni di Manzoni alle vetrine del lusso: quando si finisce per danneggiare se stessi

Di primo acchito, le immagini dei giovani che hanno assaltato i negozi del lusso a Milano mi hanno fatto rabbia.



Rabbia per le vetrine sfondate, per la merce sottratta, per la pretesa di trasformare il disordine collettivo in una sorta di autorizzazione a prendere ciò che si desidera senza pagarlo.

Poi, ripensandoci a mente fredda, il sentimento è cambiato.

Quei ragazzi mi fanno soprattutto pena

Non perché i loro comportamenti siano giustificabili. Non lo sono. E nemmeno perché si debba rinunciare a individuare le responsabilità individuali e perseguirle. Responsabilità che restano tali anche quando si agisce in gruppo.

Mi fanno pena per una ragione diversa: ho l'impressione che, nel tentativo di ottenere un vantaggio immediato, rischino di compromettere proprio il futuro che dovrebbero cercare di costruire.

Ripensando a quelle immagini, mi è venuto in mente un episodio letterario che appartiene alla nostra storia: l'assalto ai forni raccontato da Alessandro Manzoni nei Promessi sposi.

Sia ben chiaro, le situazioni sono ben diverse e sarebbe sbagliato sovrapporle. 

Nella Milano del 1628 la popolazione era alle prese con una grave carestia, con il rincaro del pane e con un contesto economico e politico drammatico. 

Oggi parliamo di saccheggi avvenuti nel contesto di disordini contemporanei, con motivazioni che non possiamo attribuire indistintamente a tutti i partecipanti.

Eppure, il paragone offre uno spunto di riflessione: quando la folla si convince di avere una ragione per agire, può finire per considerare legittimo ciò che, altrimenti, riconoscerebbe come inaccettabile.

Ma c'è un'altra questione, forse ancora più importante.

A chi fanno davvero male questi comportamenti?

Non sempre a chi si pensa di colpire



Immaginiamo che tra gli esercizi presi di mira ci sia il negozio di una grande multinazionale del lusso, colpevole di aver avuto successo e di esser diventato ricco.

È ragionevole ipotizzare che un gruppo internazionale disponga di maggiori risorse finanziarie e organizzative per affrontare un danno rispetto a un piccolo commerciante. Potrebbe avere (anzi avrà) coperture assicurative, strutture legali e la capacità di assorbire perdite che per altri sarebbero difficili da sostenere.

Naturalmente, non possiamo dare per scontato che ogni danno sia assicurato o che un risarcimento copra integralmente le perdite. Ma la differenza di capacità economica tra una grande impresa e una piccola attività è evidente.

Dietro un negozio indipendente, infatti, può esserci una famiglia che ha investito i propri risparmi, acceso un finanziamento, assunto dipendenti e impegnato anni della propria vita per costruire un'attività.

Per queste persone, una vetrina distrutta, una merce rubata o una temporanea interruzione dell'attività possono avere conseguenze molto più pesanti.

E allora viene spontaneo chiedersi: quale giustizia sociale si starebbe perseguendo danneggiando anche chi dispone di risorse limitate e ha tutto da perdere?

Non che saccheggiare i colossi sia giusto.

Ma se l'obiettivo dichiarato è contestare le disuguaglianze, perché finire per colpire anche chi non appartiene affatto all'élite economica?

Il paradosso è evidente. La rabbia diretta contro la ricchezza può trasformarsi in un danno concreto per persone che stanno semplicemente cercando di mandare avanti il proprio lavoro.

Le «cattive multinazionali» e gli avidi azionisti

Arriviamo al punto che trovo più interessante.

Immaginiamo che qualcuno giustifichi questi gesti come una rivalsa contro le multinazionali, il lusso, il capitalismo o gli azionisti che, secondo questa visione, penserebbero esclusivamente al profitto, perché secondo loro dovrebbero agire gratis!

Possiamo discutere a lungo del comportamento delle grandi imprese, della distribuzione della ricchezza, delle condizioni di lavoro e delle responsabilità sociali delle aziende. 

Nessun sistema economico è immune da critiche e nessuna impresa dovrebbe essere esentata dal rispetto delle regole.

Ma una cosa è criticare un'impresa, un'altra è danneggiarne il negozio.

Una cosa è contestare il sistema economico, un'altra è contribuire a rendere più difficile il contesto nel quale le attività economiche possono prosperare.

Le multinazionali non sono enti di beneficenza e non hanno alcun obbligo di investire per sempre in un luogo nel quale ritengano che i rischi siano diventati eccessivi rispetto ai rendimenti attesi. 

Se le condizioni lo consentono, possono spostare capitali, investimenti e nuove aperture altrove.

Non significa che un singolo episodio di saccheggio determini automaticamente la fuga di un'impresa. Sarebbe un'affermazione esagerata. Ma un clima di insicurezza ripetuta, insieme ad altri fattori economici, può contribuire a rendere una città meno attrattiva per determinate attività.

E chi pensa di aver colpito i ricchi potrebbe non aver considerato il rovescio della medaglia.

Meno investimenti possono significare meno nuove aperture. Meno aperture possono significare meno assunzioni. Un'attività che rinuncia a crescere può offrire meno opportunità. Un commerciante che chiude non può più impiegare i dipendenti che lavoravano nel suo negozio.

Non è un meccanismo automatico, né ogni posto di lavoro perso è riconducibile a episodi di questo tipo. Ma il principio economico resta: creare e mantenere un'attività richiede risorse, fiducia e condizioni che consentano di lavorare.

Distruggere è facile. Ricostruire è più difficile.

Il paradosso più grande: danneggiare il proprio futuro

Ecco perché, a mente fredda, la rabbia iniziale ha lasciato spazio alla pena.

Immaginiamo il ragazzo che, nel caos, riesce a portarsi a casa una borsa firmata, un orologio o un altro oggetto di valore. Forse pensa di aver fatto un affare. Magari crede di aver sottratto qualcosa a chi ha più soldi di lui. Potrebbe persino immaginare di rivendere la merce e ricavarne un guadagno.

Non sappiamo quali siano le motivazioni di ogni singolo partecipante, e non sarebbe corretto attribuirle tutte indistintamente.

Ma proviamo a guardare oltre il momento del saccheggio.

Quel ragazzo, come molti altri della sua età, prima o poi dovrà confrontarsi con il mercato del lavoro. Dovrà cercare un'occupazione, ottenere uno stipendio, pagare le proprie spese e costruire un'indipendenza economica.

È proprio in quel momento che dovrebbe comprendere il valore di un Sistema nel quale le imprese investono, le attività commerciali assumono e il lavoro permette di guadagnarsi da vivere.

Eppure, con comportamenti scriteriati, rischia di contribuire a peggiorare proprio quel contesto.

Non sto sostenendo che ogni giovane coinvolto in questi episodi sia o sarà disoccupato, né che ogni saccheggio abbia effetti misurabili sull'occupazione. 

Il ragionamento riguarda il paradosso di fondo: danneggiare le condizioni economiche e sociali dalle quali dipenderanno anche le proprie opportunità future.

È un po' come segare il ramo sul quale si è seduti, convinti di aver danneggiato soltanto qualcun altro.

Una borsa o un orologio possono valere mesi senza stipendio?

È la domanda che mi pongo più di tutte.

Una borsa firmata o un orologio rubato, potranno mai valere il prezzo di mesi senza stipendio?

Il valore immediato di un oggetto può sembrare considerevole a chi non potrebbe permetterselo. Ma un oggetto, anche costoso, non sostituisce la sicurezza di un reddito, la possibilità di trovare un impiego o la prospettiva di costruirsi una vita autonoma.

Se un'attività chiude, se un'impresa rinuncia a investire o se diminuiscono le occasioni di lavoro, le conseguenze possono durare ben più a lungo dell'entusiasmo per un acquisto ottenuto illegalmente.

E non è detto che a pagare siano soltanto i responsabili dei saccheggi.

Il conto può ricadere sui dipendenti che perdono il lavoro, su chi cerca una prima occupazione e su chi avrebbe voluto avviare un'attività. Può ricadere anche su quei giovani che, domani, busseranno alla porta di un'impresa in cerca di un'opportunità.

Una borsa può essere rivenduta. Un orologio può essere conservato. Ma nessuno di questi oggetti può garantire che, tra qualche mese, ci sarà uno stipendio a fine mese.

Ecco il rovescio della medaglia che sembra sfuggire a chi pensa soltanto al vantaggio immediato.

Da Manzoni a oggi: la folla non cancella le responsabilità



Nei Promessi sposi, Manzoni racconta una folla che, esasperata dalla fame e convinta di subire un'ingiustizia, assalta i forni. Il contesto storico è radicalmente diverso da quello contemporaneo, ma il romanzo ci invita a riflettere su un meccanismo che può ripresentarsi in epoche differenti.

Quando si agisce in gruppo, il senso di responsabilità individuale può indebolirsi. Il comportamento degli altri può diventare una giustificazione. La convinzione di avere una ragione può trasformarsi nell'idea di essere autorizzati a fare qualsiasi cosa.

Ma la rabbia non trasforma il furto in giustizia. Il disordine non elimina le responsabilità. E la presenza di una folla non rende meno reali le conseguenze delle azioni individuali.

Si può contestare il capitalismo, criticare le multinazionali, denunciare le disuguaglianze e chiedere politiche economiche diverse. Si può discutere di salari, opportunità e mobilità sociale.

Tutto questo appartiene alla libertà di espressione e al confronto civile.

Ma il saccheggio non è una proposta economica, non è un programma sociale e non è una soluzione alla povertà.

È un comportamento che può produrre danni senza risolvere nessuno dei problemi che pretende di denunciare.

Perché, alla fine, mi fanno pena

La mia impressione iniziale era di rabbia. Oggi, ripensandoci, prevale la pena.

Non perché quei gesti meritino indulgenza, ma perché è triste vedere persone che, nel tentativo di prendersi qualcosa dagli altri, rischiano di compromettere anche le opportunità di cui avranno bisogno.

Forse qualcuno penserà di aver beffato i ricchi. Forse qualcuno crederà di aver ottenuto una piccola rivincita sul Sistema. E forse qualcuno sarà stato identificato dalle telecamere e dovrà rispondere delle proprie azioni.

Ma al di là delle conseguenze giudiziarie, rimane una domanda più ampia.

Che cosa si è davvero guadagnato, se per ottenere un oggetto si contribuisce a rendere più difficile il mondo nel quale si dovrà vivere?

Un capo firmato può durare qualche stagione. Un gioiello può essere venduto. Ma un'opportunità di lavoro perduta, un'attività costretta a chiudere o un investimento che non viene realizzato possono avere conseguenze ben più durature.

La libertà di costruirsi un futuro passa anche dal rispetto del lavoro altrui, della proprietà e delle condizioni che rendono possibile creare ricchezza.

Distruggere non è una rivincita sociale. E se, nel tentativo di colpire gli altri, si finisce per danneggiare anche se stessi, la vera sconfitta potrebbe arrivare molto tempo dopo il saccheggio.

Ultima considerazione, ma per questo non meno importante, che è un consiglio verso i giovani d'oggi: se rompi una vetrina per rubare avidamente, non sei un rivoluzionario, ma un fustigato invidioso che brama la roba degli altri.

Prima lo capirai e prima potrai lavorare per diventare artefice del tuo futuro!

venerdì 16 ottobre 2026

La proprietà privata

Mi riaggancio al post precedente per poter dire la mia sulla proprietà privata. 

In primis sulla casa.



Lo faccio perché una nota politica del momento, portatrice di idee del tutto opposte alle mie, sottolinea il problema dell'emergenza abitativa (che effettivamente esiste) e rivendica il diritto alla casa per tutti, anche per chi non ha mai pagato nulla.


Ho sentito riprendere un argomento già comparso nel dibattito politico di qualche Paese europeo qualche anno fa: la confisca delle case sfitte appartenenti ai grandi possidenti.

Un'iniziativa da Premio Nobel per l'economia!



Oltretutto, il grande possidente sarebbe colui che possiede almeno cinque case, oppure cinque case oltre a quella in cui vive. Non ricordo esattamente quale sia la definizione proposta, ma poco cambia.

Non voglio nemmeno discutere dell'insensatezza filosofica di stabilire limiti di questo tipo: sarebbe un argomento troppo complicato per troppi.

Mi chiedo, invece, come si possa considerare un grande possidente un normalissimo benestante, che magari ha acquistato più immobili grazie al proprio lavoro oppure li ha ereditati dai genitori, frutto del loro lavoro e dei loro sacrifici.


Da quando possedere più di una casa è diventata una colpa?



L'emergenza abitativa, a mio parere, si combatte mettendo il proprietario nelle condizioni di affittare il proprio immobile, offrendogli garanzie adeguate.

Questo significa non imporre canoni inferiori, talvolta anche di molto, ai prezzi di mercato, che non sono numeri campati per aria, ma il risultato dell'incontro tra domanda e offerta, pur con tutte le imperfezioni che possono caratterizzare il mercato immobiliare.

Significa anche garantire al proprietario la possibilità effettiva di rientrare in possesso del proprio immobile quando l'inquilino non paga, nel rispetto delle procedure di legge, e di ottenere il risarcimento degli eventuali danni.


Perché il proprietario dovrebbe essere lasciato solo a sostenere le conseguenze economiche di una morosità protratta nel tempo?

Non si può blindare l'inquilino dentro casa soltanto perché è considerato la parte economicamente più debole, distruggendo contemporaneamente il portafoglio e la serenità del proprietario.

E poi non sorprendiamoci se quest'ultimo preferisce ricorrere agli affitti brevi, quando ne ha la possibilità, oppure lasciare l'immobile sfitto.

Penso che, se i presupposti fossero adeguati e le tutele effettive, molti proprietari sarebbero ben contenti di mettere a reddito il proprio patrimonio, anziché tenerlo inutilizzato come riserva di valore.

Ma, anche qualora decidessero di non affittarlo, dovremmo ricordare un principio elementare: ognuno dovrebbe poter decidere cosa fare della propria roba.


E ci sarebbe anche un vantaggio per gli inquilini onesti. 

Se aumentasse l'offerta di abitazioni in affitto e la domanda rimanesse invariata, si creerebbero le condizioni per una possibile riduzione dei canoni.

Insomma, una maggiore tutela della proprietà privata non è necessariamente in contrasto con gli interessi di chi cerca casa. Può, al contrario, contribuire a favorirli.

Il problema, naturalmente, sarebbe per chi pretende di occupare un immobile senza pagare quanto dovuto e senza rispettare gli obblighi contrattuali.

Ma non si può accontentare tutti.

E se proprio dovessi scegliere chi scontentare, non avrei dubbi: scontenterei quella categoria, non chi ha lavorato, risparmiato e investito per acquistare un immobile.

Non mi dilungo oltre. 

Ulteriori considerazioni le farò nei giorni a venire.



martedì 13 ottobre 2026

Il mondo al contrario



Più vedo l'accadere degli eventi 

e più mi chiedo se sia il mondo ad essere al contrario o se sono io, perché evidentemente sarò io quello «strano».



Si è sollevato un casino pazzesco nelle piazze madrilene e, ovviamente, la notizia è giunta alle mie orecchie, nonostante abbia bandito da tempo i canali istituzionali dalle mie fonti d'informazione.



Sono andato a leggere tutta la storia, che qui non racconto per intero, altrimenti trasformerei il post in una sbrodolata.

Mi chiedo se coloro che hanno manifestato e creato disordini si siano presi la briga di approfondire la vicenda 

oppure, come spesso accade, si siano limitati a guardare la facciata esterna.

Il fondo immobiliare ha seguito gli iter legali e ha esercitato i propri diritti. 

Esattamente come la famiglia dell'anziana signora aveva beneficiato per decenni di una legislazione che le consentiva di mantenere un canone d'affitto enormemente favorevole rispetto ai valori di mercato.

E sia chiaro: non è al ricchissimo fondo, che presumibilmente dispone degli strumenti per difendere i propri interessi, che voglio esprimere la mia vicinanza.


La mia solidarietà va, semmai,  alla precedente proprietà. 

A quei proprietari rimasti nell'anonimato, dei quali quasi nessuno sembra essersi preoccupato.

Per oltre sessant'anni hanno dovuto fare i conti con un regime locativo estremamente penalizzante per chi possedeva l'immobile, mentre l'inquilino poteva beneficiare di condizioni che il mercato, nel frattempo, aveva completamente superato.

Quando l'appartamento è passato di mano, il peso di quella situazione non è scomparso: si è semplicemente trasferito, insieme all'immobile, a chi lo ha acquistato.


Mi domando se, nel 2005, quando morì la madre e subentrò Maricarmen, allora sessantaseienne, la precedente proprietà avrebbe potuto intraprendere un'azione legale. 

Forse sì. Ma una causa costa, può durare anni e richiede competenze e risorse. Non sappiamo perché non lo abbiano fatto, né quali valutazioni li abbiano portati, alla fine, a vendere.

Ed è proprio questo il punto che mi colpisce: oggi abbiamo una storia con una protagonista anziana, un fondo immobiliare ricco e una piazza indignata. 



Ma dov'è finita la storia di chi possedeva quell'immobile prima?


Dov'è la solidarietà per chi, per decenni, ha visto il proprio diritto di proprietà condizionato da una legislazione che attribuiva all'inquilino una protezione eccezionale?

La sofferenza di una persona anziana merita rispetto. Ma il rispetto non dovrebbe cancellare automaticamente gli interessi, i sacrifici e i diritti della controparte.

Ebbene sì, alla precedente proprietà, anonima e caduta nel silenzio, esprimo la mia vicinanza. Per quanto possa valere.

Perché i diritti non dovrebbero dipendere dalla simpatia che suscita chi li esercita.


E adesso arriviamo alla parte comica, quella che mi farà ridere a crepapelle.

Perché sono già pronto: qualcuno, leggendo questo post, mi darà del «fascista». Ne sono praticamente certo. :)

E sapete qual è il bello?

Il contratto originario fu stipulato nel 1956, sotto il regime franchista, che consentì l'avvio di questa storia di affitti a canone protetto.

Maricarmen, invece, ha perso il diritto di proseguire quel contratto sotto il governo socialista di Pedro Sánchez, dopo una battaglia legale conclusasi in tribunale.

Insomma, se per esprimere solidarietà a una proprietà, penalizzata da decenni di legislazione locativa. bisogna essere fascisti, allora mi sa che qualcuno dovrà ripassare un po' di storia. :)


domenica 17 maggio 2026

Una nuova canzone

Ebbene si! Sembra che ci stia prendendo gusto!

Ho scritto un nuovo testo, trasformato in canzone grazie all'ausilio della tanto famigerata I.A., che ho utilizzato per farci una musica adeguata.

Inutile ribadirlo, non sono né cantante né musicista.

Sono scrittore, quindi non esco dalla mia fascia di competenza, quel che posso fare è scrivere parole.

Il testo della canzone l'ho scritto pensando al capitolo di Contrabbandati: "L'articolo letale" e si intitola L'ultima pagina.




Descrive lo stato d'animo del Giornalista quando si mette innanzi la sua tastiera per scrivere un articolo molto scomodo, 



uno di quelli che potrebbero mettere a repentaglio la sua vita e ne è ben consapevole.

Questo è solo l'inizio....come finirà non mi è dato dirlo. Scriverà l'articolo o ci ripenserà?

Vi lascio nel dubbio  e vi do appuntamento alla prossima.


mercoledì 13 maggio 2026

Le catene dell'abitudine

Le catene dell'abitudine sono troppo leggere per essere sentite, finché non diventano troppo pesanti per essere spezzate.


E' una delle frasi più celebri di Warren Buffet, e spiega un meccanismo psicologico molto potente.

Perché le abitudini generalmente non si impongono con violenza. 

Non sono catene fisiche


 

Arrivano in silenzio, tramite ripetizioni quotidiane.

Poi diventano struttura. Poi diventano prigione.


E questo vale per tutto: denaro, relazioni, pensieri, dipendenza, disciplina e addirittura sulle autoconvinzioni.

La cosa positiva è che questo non vale solo per le cattive abitudini.

Funziona tutto allo stesso modo, anche per le buone: allenarsi, studiare, leggere, scrivere e (perché no?) risparmiare.

Quel che inizialmente sembra un gesto minuscolo, col tempo si trasforma in identità.

E sta a vedere che anche la libertà può nascere da lì.

Dalle catene che scegliamo, prima che siano loro a scegliere noi.


domenica 3 maggio 2026

Ho scritto un inno per l’Inter. E l’ha cantato l’intelligenza artificiale.



Non era previsto.

Non era programmato.

È successo.

Ho scritto un inno per l’Inter.

Non per far numero. Non per moda.

Perché certe cose, a un certo punto, ti vengono addosso.

Non l’ho cantato io.

Per un semplice motivo

Non so cantare.

L’ho solo scritto.

E l’ha cantato l’intelligenza artificiale.

Sì, proprio così.

************************************

Viviamo in un momento in cui tutti parlano di IA.

Pochi la usano davvero per dire qualcosa.

Io ho provato a fare una cosa semplice:

mettere insieme passione e tecnologia.

Cuore e algoritmo.

Il risultato è questo.

👇

[Ecco il VIDEO]

Non è perfetto.

E non deve esserlo.

************************************

Un inno non serve quando tutto va bene.

Serve quando ti riconosci.

Quando perdi. Quando vinci. Quando resti.

E se poi vinci, come stai succedendo ora, meglio!

Ora la domanda è semplice:

vi rappresenta?

************************************

Perché alla fine è sempre così:

puoi usare qualsiasi mezzo — voce, carta, intelligenza artificiale —

ma se non dici qualcosa che resta, non serve a niente.

Io continuo a scrivere.

E continuerò a farlo.

************************************

E poi c’è un’altra cosa.

Se un’idea viene rimbalzata solo perché non arriva dalla persona “giusta”,

non è nemmeno colpa di chi la propone.

Adesso c’è l’intelligenza artificiale.

Quella tanto odiata.

Forse perché è fredda.

Forse perché è diretta.

O forse perché, proprio per questo, è difficile da ignorare.

Perché quando qualcosa funziona......funziona!

Al di là di chi la propone.

Al di là di simpatie, conoscenze, dinamiche.

Raccomandazioni.

Clientelismo.

Convenienze.

Devo continuare?

************************************

Dimenticavo!

I rifiuti sono come le malelingue.

Non dicono nulla su chi li subisce,

ma dicono tutto su chi li fa.





martedì 14 aprile 2026

I miei testi ora sono anche musica



Non sono un musicista.
E lungi da me pensare di diventarlo.

Anni fa ho scritto due testi, di getto.
Senza tecnica, senza un’idea precisa.
Solo perché in quel momento dovevano uscire.

Poi sono rimasti lì.

Uno chiuso in un cassetto.
L’altro bocciato senza nemmeno essere letto.
Forse perché ero io?

Oggi ho provato a fare qualcosa di diverso.
Li ho rivisti e lavorati 
Li ho trasformati in musica.

Ebbene si! Ho usato l’intelligenza artificiale.
So che a molti non piace.
Che è fredda, artificiale, sbagliata.

Ma ha un fottutissimo pregio:
non sa chi sono.
E non le importa.

Prende quello che sei e lo restituisce.
La prima è più diretta, più istintiva: Crepacuore




La seconda è più lenta, più malinconica: Ricordo




Non so se sono canzoni.
Non so se funzioneranno mai.

So solo che sono mie.
E sì, probabilmente darà fastidio.

Mi basta che arrivino a qualcuno.
Gli altri possono anche odiarle. Non fanno per loro.