Contrabbandati

Contrabbandati
In una città dove nulla è davvero ciò che sembra, un Commissario fuori dagli schemi e un Giornalista a caccia della verità, si trovano immersi in una vicenda (forse) più grande di loro, tra traffici, tradimenti e redenzioni. "Contrabbandati" è un romanzo crudo e autentico, che mescola il ritmo del noir con il battito umano di chi, tra errori e speranze, cerca una via d'uscita. Una storia che sorprende, colpisce e, soprattutto, rimane. (Elio Montorsi)

venerdì 16 ottobre 2026

La proprietà privata

Mi riaggancio al post precedente per poter dire la mia sulla proprietà privata. 

In primis sulla casa.



Lo faccio perché una nota politica del momento, portatrice di idee del tutto opposte alle mie, sottolinea il problema dell'emergenza abitativa (che effettivamente esiste) e rivendica il diritto alla casa per tutti, anche per chi non ha mai pagato nulla.


Ho sentito riprendere un argomento già comparso nel dibattito politico di qualche Paese europeo qualche anno fa: la confisca delle case sfitte appartenenti ai grandi possidenti.

Un'iniziativa da Premio Nobel per l'economia!



Oltretutto, il grande possidente sarebbe colui che possiede almeno cinque case, oppure cinque case oltre a quella in cui vive. Non ricordo esattamente quale sia la definizione proposta, ma poco cambia.

Non voglio nemmeno discutere dell'insensatezza filosofica di stabilire limiti di questo tipo: sarebbe un argomento troppo complicato per troppi.

Mi chiedo, invece, come si possa considerare un grande possidente un normalissimo benestante, che magari ha acquistato più immobili grazie al proprio lavoro oppure li ha ereditati dai genitori, frutto del loro lavoro e dei loro sacrifici.


Da quando possedere più di una casa è diventata una colpa?



L'emergenza abitativa, a mio parere, si combatte mettendo il proprietario nelle condizioni di affittare il proprio immobile, offrendogli garanzie adeguate.

Questo significa non imporre canoni inferiori, talvolta anche di molto, ai prezzi di mercato, che non sono numeri campati per aria, ma il risultato dell'incontro tra domanda e offerta, pur con tutte le imperfezioni che possono caratterizzare il mercato immobiliare.

Significa anche garantire al proprietario la possibilità effettiva di rientrare in possesso del proprio immobile quando l'inquilino non paga, nel rispetto delle procedure di legge, e di ottenere il risarcimento degli eventuali danni.


Perché il proprietario dovrebbe essere lasciato solo a sostenere le conseguenze economiche di una morosità protratta nel tempo?

Non si può blindare l'inquilino dentro casa soltanto perché è considerato la parte economicamente più debole, distruggendo contemporaneamente il portafoglio e la serenità del proprietario.

E poi non sorprendiamoci se quest'ultimo preferisce ricorrere agli affitti brevi, quando ne ha la possibilità, oppure lasciare l'immobile sfitto.

Penso che, se i presupposti fossero adeguati e le tutele effettive, molti proprietari sarebbero ben contenti di mettere a reddito il proprio patrimonio, anziché tenerlo inutilizzato come riserva di valore.

Ma, anche qualora decidessero di non affittarlo, dovremmo ricordare un principio elementare: ognuno dovrebbe poter decidere cosa fare della propria roba.


E ci sarebbe anche un vantaggio per gli inquilini onesti. 

Se aumentasse l'offerta di abitazioni in affitto e la domanda rimanesse invariata, si creerebbero le condizioni per una possibile riduzione dei canoni.

Insomma, una maggiore tutela della proprietà privata non è necessariamente in contrasto con gli interessi di chi cerca casa. Può, al contrario, contribuire a favorirli.

Il problema, naturalmente, sarebbe per chi pretende di occupare un immobile senza pagare quanto dovuto e senza rispettare gli obblighi contrattuali.

Ma non si può accontentare tutti.

E se proprio dovessi scegliere chi scontentare, non avrei dubbi: scontenterei quella categoria, non chi ha lavorato, risparmiato e investito per acquistare un immobile.

Non mi dilungo oltre. 

Ulteriori considerazioni le farò nei giorni a venire.



martedì 13 ottobre 2026

Il mondo al contrario



Più vedo l'accadere degli eventi 

e più mi chiedo se sia il mondo ad essere al contrario o se sono io, perché evidentemente sarò io quello «strano».



Si è sollevato un casino pazzesco nelle piazze madrilene e, ovviamente, la notizia è giunta alle mie orecchie, nonostante abbia bandito da tempo i canali istituzionali dalle mie fonti d'informazione.



Sono andato a leggere tutta la storia, che qui non racconto per intero, altrimenti trasformerei il post in una sbrodolata.

Mi chiedo se coloro che hanno manifestato e creato disordini si siano presi la briga di approfondire la vicenda 

oppure, come spesso accade, si siano limitati a guardare la facciata esterna.

Il fondo immobiliare ha seguito gli iter legali e ha esercitato i propri diritti. 

Esattamente come la famiglia dell'anziana signora aveva beneficiato per decenni di una legislazione che le consentiva di mantenere un canone d'affitto enormemente favorevole rispetto ai valori di mercato.

E sia chiaro: non è al ricchissimo fondo, che presumibilmente dispone degli strumenti per difendere i propri interessi, che voglio esprimere la mia vicinanza.


La mia solidarietà va, semmai,  alla precedente proprietà. 

A quei proprietari rimasti nell'anonimato, dei quali quasi nessuno sembra essersi preoccupato.

Per oltre sessant'anni hanno dovuto fare i conti con un regime locativo estremamente penalizzante per chi possedeva l'immobile, mentre l'inquilino poteva beneficiare di condizioni che il mercato, nel frattempo, aveva completamente superato.

Quando l'appartamento è passato di mano, il peso di quella situazione non è scomparso: si è semplicemente trasferito, insieme all'immobile, a chi lo ha acquistato.


Mi domando se, nel 2005, quando morì la madre e subentrò Maricarmen, allora sessantaseienne, la precedente proprietà avrebbe potuto intraprendere un'azione legale. 

Forse sì. Ma una causa costa, può durare anni e richiede competenze e risorse. Non sappiamo perché non lo abbiano fatto, né quali valutazioni li abbiano portati, alla fine, a vendere.

Ed è proprio questo il punto che mi colpisce: oggi abbiamo una storia con una protagonista anziana, un fondo immobiliare ricco e una piazza indignata. 



Ma dov'è finita la storia di chi possedeva quell'immobile prima?


Dov'è la solidarietà per chi, per decenni, ha visto il proprio diritto di proprietà condizionato da una legislazione che attribuiva all'inquilino una protezione eccezionale?

La sofferenza di una persona anziana merita rispetto. Ma il rispetto non dovrebbe cancellare automaticamente gli interessi, i sacrifici e i diritti della controparte.

Ebbene sì, alla precedente proprietà, anonima e caduta nel silenzio, esprimo la mia vicinanza. Per quanto possa valere.

Perché i diritti non dovrebbero dipendere dalla simpatia che suscita chi li esercita.


E adesso arriviamo alla parte comica, quella che mi farà ridere a crepapelle.

Perché sono già pronto: qualcuno, leggendo questo post, mi darà del «fascista». Ne sono praticamente certo. :)

E sapete qual è il bello?

Il contratto originario fu stipulato nel 1956, sotto il regime franchista, che consentì l'avvio di questa storia di affitti a canone protetto.

Maricarmen, invece, ha perso il diritto di proseguire quel contratto sotto il governo socialista di Pedro Sánchez, dopo una battaglia legale conclusasi in tribunale.

Insomma, se per esprimere solidarietà a una proprietà, penalizzata da decenni di legislazione locativa. bisogna essere fascisti, allora mi sa che qualcuno dovrà ripassare un po' di storia. :)


domenica 17 maggio 2026

Una nuova canzone

Ebbene si! Sembra che ci stia prendendo gusto!

Ho scritto un nuovo testo, trasformato in canzone grazie all'ausilio della tanto famigerata I.A., che ho utilizzato per farci una musica adeguata.

Inutile ribadirlo, non sono né cantante né musicista.

Sono scrittore, quindi non esco dalla mia fascia di competenza, quel che posso fare è scrivere parole.

Il testo della canzone l'ho scritto pensando al capitolo di Contrabbandati: "L'articolo letale" e si intitola L'ultima pagina.




Descrive lo stato d'animo del Giornalista quando si mette innanzi la sua tastiera per scrivere un articolo molto scomodo, 



uno di quelli che potrebbero mettere a repentaglio la sua vita e ne è ben consapevole.

Questo è solo l'inizio....come finirà non mi è dato dirlo. Scriverà l'articolo o ci ripenserà?

Vi lascio nel dubbio  e vi do appuntamento alla prossima.


mercoledì 13 maggio 2026

Le catene dell'abitudine

Le catene dell'abitudine sono troppo leggere per essere sentite, finché non diventano troppo pesanti per essere spezzate.


E' una delle frasi più celebri di Warren Buffet, e spiega un meccanismo psicologico molto potente.

Perché le abitudini generalmente non si impongono con violenza. 

Non sono catene fisiche


 

Arrivano in silenzio, tramite ripetizioni quotidiane.

Poi diventano struttura. Poi diventano prigione.


E questo vale per tutto: denaro, relazioni, pensieri, dipendenza, disciplina e addirittura sulle autoconvinzioni.

La cosa positiva è che questo non vale solo per le cattive abitudini.

Funziona tutto allo stesso modo, anche per le buone: allenarsi, studiare, leggere, scrivere e (perché no?) risparmiare.

Quel che inizialmente sembra un gesto minuscolo, col tempo si trasforma in identità.

E sta a vedere che anche la libertà può nascere da lì.

Dalle catene che scegliamo, prima che siano loro a scegliere noi.


domenica 3 maggio 2026

Ho scritto un inno per l’Inter. E l’ha cantato l’intelligenza artificiale.



Non era previsto.

Non era programmato.

È successo.

Ho scritto un inno per l’Inter.

Non per far numero. Non per moda.

Perché certe cose, a un certo punto, ti vengono addosso.

Non l’ho cantato io.

Per un semplice motivo

Non so cantare.

L’ho solo scritto.

E l’ha cantato l’intelligenza artificiale.

Sì, proprio così.

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Viviamo in un momento in cui tutti parlano di IA.

Pochi la usano davvero per dire qualcosa.

Io ho provato a fare una cosa semplice:

mettere insieme passione e tecnologia.

Cuore e algoritmo.

Il risultato è questo.

👇

[Ecco il VIDEO]

Non è perfetto.

E non deve esserlo.

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Un inno non serve quando tutto va bene.

Serve quando ti riconosci.

Quando perdi. Quando vinci. Quando resti.

E se poi vinci, come stai succedendo ora, meglio!

Ora la domanda è semplice:

vi rappresenta?

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Perché alla fine è sempre così:

puoi usare qualsiasi mezzo — voce, carta, intelligenza artificiale —

ma se non dici qualcosa che resta, non serve a niente.

Io continuo a scrivere.

E continuerò a farlo.

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E poi c’è un’altra cosa.

Se un’idea viene rimbalzata solo perché non arriva dalla persona “giusta”,

non è nemmeno colpa di chi la propone.

Adesso c’è l’intelligenza artificiale.

Quella tanto odiata.

Forse perché è fredda.

Forse perché è diretta.

O forse perché, proprio per questo, è difficile da ignorare.

Perché quando qualcosa funziona......funziona!

Al di là di chi la propone.

Al di là di simpatie, conoscenze, dinamiche.

Raccomandazioni.

Clientelismo.

Convenienze.

Devo continuare?

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Dimenticavo!

I rifiuti sono come le malelingue.

Non dicono nulla su chi li subisce,

ma dicono tutto su chi li fa.





martedì 14 aprile 2026

I miei testi ora sono anche musica



Non sono un musicista.
E lungi da me pensare di diventarlo.

Anni fa ho scritto due testi, di getto.
Senza tecnica, senza un’idea precisa.
Solo perché in quel momento dovevano uscire.

Poi sono rimasti lì.

Uno chiuso in un cassetto.
L’altro bocciato senza nemmeno essere letto.
Forse perché ero io?

Oggi ho provato a fare qualcosa di diverso.
Li ho rivisti e lavorati 
Li ho trasformati in musica.

Ebbene si! Ho usato l’intelligenza artificiale.
So che a molti non piace.
Che è fredda, artificiale, sbagliata.

Ma ha un fottutissimo pregio:
non sa chi sono.
E non le importa.

Prende quello che sei e lo restituisce.
La prima è più diretta, più istintiva: Crepacuore




La seconda è più lenta, più malinconica: Ricordo




Non so se sono canzoni.
Non so se funzioneranno mai.

So solo che sono mie.
E sì, probabilmente darà fastidio.

Mi basta che arrivino a qualcuno.
Gli altri possono anche odiarle. Non fanno per loro.

domenica 15 marzo 2026

9 marzo 2026: data storica passata inosservata

 Avete letto bene! 

La data menzionata nel titolo è da considerare storica.




Che cosa sarà mai successo di così speciale da renderla tale? E perché quasi nessuno se n’è accorto?
Il 9 marzo, intorno alle 15:00 (ora italiana), è stato minato il venti milionesimo Bitcoin.
Oltre il 95% dell’intera supply, fissata dal protocollo in 21 milioni di unità, è ormai sul mercato.
Il restante 5% verrà minato nei prossimi 114 anni.

Ma non solo.

Oltre il 30% dei Bitcoin ancora da minare, circa 340.000 unità, sarà minato entro due anni.
Altri 320.000 Bitcoin verranno minati nel ciclo successivo, che si presume durerà poco meno di quattro anni.
Altri 160.000 Bitcoin saranno minati nel ciclo seguente.

Basta fare un conto aritmetico molto semplice: della scarsità residua, ben 820.000 Bitcoin saranno minati entro i prossimi dieci anni.

Per estrarre i restanti 180.000 sarà invece necessario circa un secolo.
Bitcoin diventerà quindi un asset sempre più raro e, proprio per questo, potenzialmente sempre più prezioso.

Se il prezzo è determinato dall’incontro tra domanda e offerta, con un’offerta così bassa quanto potrebbe aumentare il valore di Bitcoin?

La risposta dipende, ovviamente, anche dalla domanda.

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A proposito della domanda

In questi anni ha contribuito a far crescere il prezzo di Bitcoin in maniera esponenziale, nonostante l’offerta iniziale fosse molto più alta.




Perché tutto questo accadesse, qualcosa di straordinario doveva per forza essersi verificato.
E così è stato.
In appena quindici anni di storia, Bitcoin è passato dall’essere un semplice protocollo utilizzato da una ristretta cerchia di nerd appassionati di privacy — i cypherpunk — a diventare l’ETF di maggior successo della storia.

Non solo: oggi è entrato anche tra gli asset che compongono il Global Store of Value.

Ha bruciato le tappe.
Quindici anni, per un asset, sono pochissimi.
Per fare un esempio, l’oro ha una storia millenaria.

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A proposito del Global Store of Value




È il mercato globale delle riserve di valore.

Comprende tutti quegli asset che le persone utilizzano principalmente per conservare ricchezza nel tempo, non per spenderla subito.
Beni acquistati per difendere il proprio potere d’acquisto.
Immobili, azioni, obbligazioni, oro, opere d’arte, oggetti da collezione e, oggi, anche Bitcoin.

Il suo valore attuale è stimato in circa 550-600 trilioni di dollari, così suddivisi:

Immobili: 300 trilioni di dollari (50%-55% del totale)
Obbligazioni: 130 trilioni di dollari (20%-25% del totale)
Azioni: 110 trilioni di dollari (circa 20% del totale)
Oro: 15 trilioni di dollari (2,5%-3% del totale)
Arte e collezioni: 3 trilioni di dollari (0,5% del totale)
Bitcoin: 1,3 trilioni di dollari (0,2% del totale)

Guardando ai prossimi dieci anni, non è affatto utopico immaginare che questo mercato possa raggiungere — o almeno avvicinare — i 1.000 trilioni di dollari.

Persino una valuta relativamente stabile come il dollaro o l’euro — che verrebbe quasi voglia di chiamare “svaluta” — perde valore mediamente attorno al 2% annuo.
In alcune fasi particolari, come durante la pandemia da Covid, con la guerra in Ucraina o con l’attuale clima di tensione geopolitica, si possono registrare tassi anche superiori al 3%.
La sola erosione monetaria, nel tempo, farebbe crescere il valore nominale complessivo del Global Store of Value fino a 750-800 trilioni di dollari.

Ma c’è di più: 

la tendenza delle persone, anche grazie all’avvento dei broker online, che consentono di investire con commissioni molto più basse, è quella di aumentare progressivamente la propria esposizione ad essi.

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A proposito di Bitcoin



Proiettare un aumento del suo peso, all’interno del Global Store, of Value fino all’1% non è affatto un’ipotesi aggressiva.

Per molti analisti è addirittura una previsione prudente, considerando realistico anche uno scenario superiore al 2%.

Si può provare allora a immaginare il suo prezzo futuro?

Senza avere la pretesa di indovinare, si può ragionare su tre ipotesi molto semplici: calcolare l’1%, il 2% e il 3% di 1.000 trilioni di dollari e dividere il risultato per 20,8 milioni di Bitcoin, cioè la supply prevista.

Ne uscirebbero questi scenari:

L’1% equivarrebbe a 10 trilioni di dollari: un Bitcoin varrebbe circa 480.000 dollari
Il 2% equivarrebbe a 20 trilioni di dollari: un Bitcoin varrebbe circa 960.000 dollari
Il 3% equivarrebbe a 30 trilioni di dollari: un Bitcoin varrebbe circa 1.440.000 dollari
Naturalmente, questa non è una previsione certa.
È semplicemente l’analisi di un’ipotesi, sulla cui validità ciascuno di noi è chiamato a riflettere.
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Il punto non è che il 9 marzo 2026 sia stato minato il ventimilionesimo Bitcoin.





Il punto è che quasi nessuno abbia capito davvero cosa significhi.
Perché la gente si sveglia sempre tardi.
Si sveglia quando il prezzo è già esploso, quando i titoli dei giornali diventano isterici, quando persino il vicino pirla ti chiede come comprare.
Ma la storia non cambia in quel momento. La storia cambia prima. Quando quasi nessuno guarda.
E il 9 marzo 2026, in silenzio, qualcosa è cambiato davvero.