Contrabbandati

Contrabbandati
In una città dove nulla è davvero ciò che sembra, un Commissario fuori dagli schemi e un Giornalista a caccia della verità, si trovano immersi in una vicenda (forse) più grande di loro, tra traffici, tradimenti e redenzioni. "Contrabbandati" è un romanzo crudo e autentico, che mescola il ritmo del noir con il battito umano di chi, tra errori e speranze, cerca una via d'uscita. Una storia che sorprende, colpisce e, soprattutto, rimane. (Elio Montorsi)

mercoledì 21 ottobre 2026

Dai forni di Manzoni alle vetrine del lusso: quando si finisce per danneggiare se stessi

Di primo acchito, le immagini dei giovani che hanno assaltato i negozi del lusso a Milano mi hanno fatto rabbia.



Rabbia per le vetrine sfondate, per la merce sottratta, per la pretesa di trasformare il disordine collettivo in una sorta di autorizzazione a prendere ciò che si desidera senza pagarlo.

Poi, ripensandoci a mente fredda, il sentimento è cambiato.

Quei ragazzi mi fanno soprattutto pena

Non perché i loro comportamenti siano giustificabili. Non lo sono. E nemmeno perché si debba rinunciare a individuare le responsabilità individuali e perseguirle. Responsabilità che restano tali anche quando si agisce in gruppo.

Mi fanno pena per una ragione diversa: ho l'impressione che, nel tentativo di ottenere un vantaggio immediato, rischino di compromettere proprio il futuro che dovrebbero cercare di costruire.

Ripensando a quelle immagini, mi è venuto in mente un episodio letterario che appartiene alla nostra storia: l'assalto ai forni raccontato da Alessandro Manzoni nei Promessi sposi.

Sia ben chiaro, le situazioni sono ben diverse e sarebbe sbagliato sovrapporle. 

Nella Milano del 1628 la popolazione era alle prese con una grave carestia, con il rincaro del pane e con un contesto economico e politico drammatico. 

Oggi parliamo di saccheggi avvenuti nel contesto di disordini contemporanei, con motivazioni che non possiamo attribuire indistintamente a tutti i partecipanti.

Eppure, il paragone offre uno spunto di riflessione: quando la folla si convince di avere una ragione per agire, può finire per considerare legittimo ciò che, altrimenti, riconoscerebbe come inaccettabile.

Ma c'è un'altra questione, forse ancora più importante.

A chi fanno davvero male questi comportamenti?

Non sempre a chi si pensa di colpire



Immaginiamo che tra gli esercizi presi di mira ci sia il negozio di una grande multinazionale del lusso, colpevole di aver avuto successo e di esser diventato ricco.

È ragionevole ipotizzare che un gruppo internazionale disponga di maggiori risorse finanziarie e organizzative per affrontare un danno rispetto a un piccolo commerciante. Potrebbe avere (anzi avrà) coperture assicurative, strutture legali e la capacità di assorbire perdite che per altri sarebbero difficili da sostenere.

Naturalmente, non possiamo dare per scontato che ogni danno sia assicurato o che un risarcimento copra integralmente le perdite. Ma la differenza di capacità economica tra una grande impresa e una piccola attività è evidente.

Dietro un negozio indipendente, infatti, può esserci una famiglia che ha investito i propri risparmi, acceso un finanziamento, assunto dipendenti e impegnato anni della propria vita per costruire un'attività.

Per queste persone, una vetrina distrutta, una merce rubata o una temporanea interruzione dell'attività possono avere conseguenze molto più pesanti.

E allora viene spontaneo chiedersi: quale giustizia sociale si starebbe perseguendo danneggiando anche chi dispone di risorse limitate e ha tutto da perdere?

Non che saccheggiare i colossi sia giusto.

Ma se l'obiettivo dichiarato è contestare le disuguaglianze, perché finire per colpire anche chi non appartiene affatto all'élite economica?

Il paradosso è evidente. La rabbia diretta contro la ricchezza può trasformarsi in un danno concreto per persone che stanno semplicemente cercando di mandare avanti il proprio lavoro.

Le «cattive multinazionali» e gli avidi azionisti

Arriviamo al punto che trovo più interessante.

Immaginiamo che qualcuno giustifichi questi gesti come una rivalsa contro le multinazionali, il lusso, il capitalismo o gli azionisti che, secondo questa visione, penserebbero esclusivamente al profitto, perché secondo loro dovrebbero agire gratis!

Possiamo discutere a lungo del comportamento delle grandi imprese, della distribuzione della ricchezza, delle condizioni di lavoro e delle responsabilità sociali delle aziende. 

Nessun sistema economico è immune da critiche e nessuna impresa dovrebbe essere esentata dal rispetto delle regole.

Ma una cosa è criticare un'impresa, un'altra è danneggiarne il negozio.

Una cosa è contestare il sistema economico, un'altra è contribuire a rendere più difficile il contesto nel quale le attività economiche possono prosperare.

Le multinazionali non sono enti di beneficenza e non hanno alcun obbligo di investire per sempre in un luogo nel quale ritengano che i rischi siano diventati eccessivi rispetto ai rendimenti attesi. 

Se le condizioni lo consentono, possono spostare capitali, investimenti e nuove aperture altrove.

Non significa che un singolo episodio di saccheggio determini automaticamente la fuga di un'impresa. Sarebbe un'affermazione esagerata. Ma un clima di insicurezza ripetuta, insieme ad altri fattori economici, può contribuire a rendere una città meno attrattiva per determinate attività.

E chi pensa di aver colpito i ricchi potrebbe non aver considerato il rovescio della medaglia.

Meno investimenti possono significare meno nuove aperture. Meno aperture possono significare meno assunzioni. Un'attività che rinuncia a crescere può offrire meno opportunità. Un commerciante che chiude non può più impiegare i dipendenti che lavoravano nel suo negozio.

Non è un meccanismo automatico, né ogni posto di lavoro perso è riconducibile a episodi di questo tipo. Ma il principio economico resta: creare e mantenere un'attività richiede risorse, fiducia e condizioni che consentano di lavorare.

Distruggere è facile. Ricostruire è più difficile.

Il paradosso più grande: danneggiare il proprio futuro

Ecco perché, a mente fredda, la rabbia iniziale ha lasciato spazio alla pena.

Immaginiamo il ragazzo che, nel caos, riesce a portarsi a casa una borsa firmata, un orologio o un altro oggetto di valore. Forse pensa di aver fatto un affare. Magari crede di aver sottratto qualcosa a chi ha più soldi di lui. Potrebbe persino immaginare di rivendere la merce e ricavarne un guadagno.

Non sappiamo quali siano le motivazioni di ogni singolo partecipante, e non sarebbe corretto attribuirle tutte indistintamente.

Ma proviamo a guardare oltre il momento del saccheggio.

Quel ragazzo, come molti altri della sua età, prima o poi dovrà confrontarsi con il mercato del lavoro. Dovrà cercare un'occupazione, ottenere uno stipendio, pagare le proprie spese e costruire un'indipendenza economica.

È proprio in quel momento che dovrebbe comprendere il valore di un Sistema nel quale le imprese investono, le attività commerciali assumono e il lavoro permette di guadagnarsi da vivere.

Eppure, con comportamenti scriteriati, rischia di contribuire a peggiorare proprio quel contesto.

Non sto sostenendo che ogni giovane coinvolto in questi episodi sia o sarà disoccupato, né che ogni saccheggio abbia effetti misurabili sull'occupazione. 

Il ragionamento riguarda il paradosso di fondo: danneggiare le condizioni economiche e sociali dalle quali dipenderanno anche le proprie opportunità future.

È un po' come segare il ramo sul quale si è seduti, convinti di aver danneggiato soltanto qualcun altro.

Una borsa o un orologio possono valere mesi senza stipendio?

È la domanda che mi pongo più di tutte.

Una borsa firmata o un orologio rubato, potranno mai valere il prezzo di mesi senza stipendio?

Il valore immediato di un oggetto può sembrare considerevole a chi non potrebbe permetterselo. Ma un oggetto, anche costoso, non sostituisce la sicurezza di un reddito, la possibilità di trovare un impiego o la prospettiva di costruirsi una vita autonoma.

Se un'attività chiude, se un'impresa rinuncia a investire o se diminuiscono le occasioni di lavoro, le conseguenze possono durare ben più a lungo dell'entusiasmo per un acquisto ottenuto illegalmente.

E non è detto che a pagare siano soltanto i responsabili dei saccheggi.

Il conto può ricadere sui dipendenti che perdono il lavoro, su chi cerca una prima occupazione e su chi avrebbe voluto avviare un'attività. Può ricadere anche su quei giovani che, domani, busseranno alla porta di un'impresa in cerca di un'opportunità.

Una borsa può essere rivenduta. Un orologio può essere conservato. Ma nessuno di questi oggetti può garantire che, tra qualche mese, ci sarà uno stipendio a fine mese.

Ecco il rovescio della medaglia che sembra sfuggire a chi pensa soltanto al vantaggio immediato.

Da Manzoni a oggi: la folla non cancella le responsabilità



Nei Promessi sposi, Manzoni racconta una folla che, esasperata dalla fame e convinta di subire un'ingiustizia, assalta i forni. Il contesto storico è radicalmente diverso da quello contemporaneo, ma il romanzo ci invita a riflettere su un meccanismo che può ripresentarsi in epoche differenti.

Quando si agisce in gruppo, il senso di responsabilità individuale può indebolirsi. Il comportamento degli altri può diventare una giustificazione. La convinzione di avere una ragione può trasformarsi nell'idea di essere autorizzati a fare qualsiasi cosa.

Ma la rabbia non trasforma il furto in giustizia. Il disordine non elimina le responsabilità. E la presenza di una folla non rende meno reali le conseguenze delle azioni individuali.

Si può contestare il capitalismo, criticare le multinazionali, denunciare le disuguaglianze e chiedere politiche economiche diverse. Si può discutere di salari, opportunità e mobilità sociale.

Tutto questo appartiene alla libertà di espressione e al confronto civile.

Ma il saccheggio non è una proposta economica, non è un programma sociale e non è una soluzione alla povertà.

È un comportamento che può produrre danni senza risolvere nessuno dei problemi che pretende di denunciare.

Perché, alla fine, mi fanno pena

La mia impressione iniziale era di rabbia. Oggi, ripensandoci, prevale la pena.

Non perché quei gesti meritino indulgenza, ma perché è triste vedere persone che, nel tentativo di prendersi qualcosa dagli altri, rischiano di compromettere anche le opportunità di cui avranno bisogno.

Forse qualcuno penserà di aver beffato i ricchi. Forse qualcuno crederà di aver ottenuto una piccola rivincita sul Sistema. E forse qualcuno sarà stato identificato dalle telecamere e dovrà rispondere delle proprie azioni.

Ma al di là delle conseguenze giudiziarie, rimane una domanda più ampia.

Che cosa si è davvero guadagnato, se per ottenere un oggetto si contribuisce a rendere più difficile il mondo nel quale si dovrà vivere?

Un capo firmato può durare qualche stagione. Un gioiello può essere venduto. Ma un'opportunità di lavoro perduta, un'attività costretta a chiudere o un investimento che non viene realizzato possono avere conseguenze ben più durature.

La libertà di costruirsi un futuro passa anche dal rispetto del lavoro altrui, della proprietà e delle condizioni che rendono possibile creare ricchezza.

Distruggere non è una rivincita sociale. E se, nel tentativo di colpire gli altri, si finisce per danneggiare anche se stessi, la vera sconfitta potrebbe arrivare molto tempo dopo il saccheggio.

Ultima considerazione, ma per questo non meno importante, che è un consiglio verso i giovani d'oggi: se rompi una vetrina per rubare avidamente, non sei un rivoluzionario, ma un fustigato invidioso che brama la roba degli altri.

Prima lo capirai e prima potrai lavorare per diventare artefice del tuo futuro!

venerdì 16 ottobre 2026

La proprietà privata

Mi riaggancio al post precedente per poter dire la mia sulla proprietà privata. 

In primis sulla casa.



Lo faccio perché una nota politica del momento, portatrice di idee del tutto opposte alle mie, sottolinea il problema dell'emergenza abitativa (che effettivamente esiste) e rivendica il diritto alla casa per tutti, anche per chi non ha mai pagato nulla.


Ho sentito riprendere un argomento già comparso nel dibattito politico di qualche Paese europeo qualche anno fa: la confisca delle case sfitte appartenenti ai grandi possidenti.

Un'iniziativa da Premio Nobel per l'economia!



Oltretutto, il grande possidente sarebbe colui che possiede almeno cinque case, oppure cinque case oltre a quella in cui vive. Non ricordo esattamente quale sia la definizione proposta, ma poco cambia.

Non voglio nemmeno discutere dell'insensatezza filosofica di stabilire limiti di questo tipo: sarebbe un argomento troppo complicato per troppi.

Mi chiedo, invece, come si possa considerare un grande possidente un normalissimo benestante, che magari ha acquistato più immobili grazie al proprio lavoro oppure li ha ereditati dai genitori, frutto del loro lavoro e dei loro sacrifici.


Da quando possedere più di una casa è diventata una colpa?



L'emergenza abitativa, a mio parere, si combatte mettendo il proprietario nelle condizioni di affittare il proprio immobile, offrendogli garanzie adeguate.

Questo significa non imporre canoni inferiori, talvolta anche di molto, ai prezzi di mercato, che non sono numeri campati per aria, ma il risultato dell'incontro tra domanda e offerta, pur con tutte le imperfezioni che possono caratterizzare il mercato immobiliare.

Significa anche garantire al proprietario la possibilità effettiva di rientrare in possesso del proprio immobile quando l'inquilino non paga, nel rispetto delle procedure di legge, e di ottenere il risarcimento degli eventuali danni.


Perché il proprietario dovrebbe essere lasciato solo a sostenere le conseguenze economiche di una morosità protratta nel tempo?

Non si può blindare l'inquilino dentro casa soltanto perché è considerato la parte economicamente più debole, distruggendo contemporaneamente il portafoglio e la serenità del proprietario.

E poi non sorprendiamoci se quest'ultimo preferisce ricorrere agli affitti brevi, quando ne ha la possibilità, oppure lasciare l'immobile sfitto.

Penso che, se i presupposti fossero adeguati e le tutele effettive, molti proprietari sarebbero ben contenti di mettere a reddito il proprio patrimonio, anziché tenerlo inutilizzato come riserva di valore.

Ma, anche qualora decidessero di non affittarlo, dovremmo ricordare un principio elementare: ognuno dovrebbe poter decidere cosa fare della propria roba.


E ci sarebbe anche un vantaggio per gli inquilini onesti. 

Se aumentasse l'offerta di abitazioni in affitto e la domanda rimanesse invariata, si creerebbero le condizioni per una possibile riduzione dei canoni.

Insomma, una maggiore tutela della proprietà privata non è necessariamente in contrasto con gli interessi di chi cerca casa. Può, al contrario, contribuire a favorirli.

Il problema, naturalmente, sarebbe per chi pretende di occupare un immobile senza pagare quanto dovuto e senza rispettare gli obblighi contrattuali.

Ma non si può accontentare tutti.

E se proprio dovessi scegliere chi scontentare, non avrei dubbi: scontenterei quella categoria, non chi ha lavorato, risparmiato e investito per acquistare un immobile.

Non mi dilungo oltre. 

Ulteriori considerazioni le farò nei giorni a venire.



martedì 13 ottobre 2026

Il mondo al contrario



Più vedo l'accadere degli eventi 

e più mi chiedo se sia il mondo ad essere al contrario o se sono io, perché evidentemente sarò io quello «strano».



Si è sollevato un casino pazzesco nelle piazze madrilene e, ovviamente, la notizia è giunta alle mie orecchie, nonostante abbia bandito da tempo i canali istituzionali dalle mie fonti d'informazione.



Sono andato a leggere tutta la storia, che qui non racconto per intero, altrimenti trasformerei il post in una sbrodolata.

Mi chiedo se coloro che hanno manifestato e creato disordini si siano presi la briga di approfondire la vicenda 

oppure, come spesso accade, si siano limitati a guardare la facciata esterna.

Il fondo immobiliare ha seguito gli iter legali e ha esercitato i propri diritti. 

Esattamente come la famiglia dell'anziana signora aveva beneficiato per decenni di una legislazione che le consentiva di mantenere un canone d'affitto enormemente favorevole rispetto ai valori di mercato.

E sia chiaro: non è al ricchissimo fondo, che presumibilmente dispone degli strumenti per difendere i propri interessi, che voglio esprimere la mia vicinanza.


La mia solidarietà va, semmai,  alla precedente proprietà. 

A quei proprietari rimasti nell'anonimato, dei quali quasi nessuno sembra essersi preoccupato.

Per oltre sessant'anni hanno dovuto fare i conti con un regime locativo estremamente penalizzante per chi possedeva l'immobile, mentre l'inquilino poteva beneficiare di condizioni che il mercato, nel frattempo, aveva completamente superato.

Quando l'appartamento è passato di mano, il peso di quella situazione non è scomparso: si è semplicemente trasferito, insieme all'immobile, a chi lo ha acquistato.


Mi domando se, nel 2005, quando morì la madre e subentrò Maricarmen, allora sessantaseienne, la precedente proprietà avrebbe potuto intraprendere un'azione legale. 

Forse sì. Ma una causa costa, può durare anni e richiede competenze e risorse. Non sappiamo perché non lo abbiano fatto, né quali valutazioni li abbiano portati, alla fine, a vendere.

Ed è proprio questo il punto che mi colpisce: oggi abbiamo una storia con una protagonista anziana, un fondo immobiliare ricco e una piazza indignata. 



Ma dov'è finita la storia di chi possedeva quell'immobile prima?


Dov'è la solidarietà per chi, per decenni, ha visto il proprio diritto di proprietà condizionato da una legislazione che attribuiva all'inquilino una protezione eccezionale?

La sofferenza di una persona anziana merita rispetto. Ma il rispetto non dovrebbe cancellare automaticamente gli interessi, i sacrifici e i diritti della controparte.

Ebbene sì, alla precedente proprietà, anonima e caduta nel silenzio, esprimo la mia vicinanza. Per quanto possa valere.

Perché i diritti non dovrebbero dipendere dalla simpatia che suscita chi li esercita.


E adesso arriviamo alla parte comica, quella che mi farà ridere a crepapelle.

Perché sono già pronto: qualcuno, leggendo questo post, mi darà del «fascista». Ne sono praticamente certo. :)

E sapete qual è il bello?

Il contratto originario fu stipulato nel 1956, sotto il regime franchista, che consentì l'avvio di questa storia di affitti a canone protetto.

Maricarmen, invece, ha perso il diritto di proseguire quel contratto sotto il governo socialista di Pedro Sánchez, dopo una battaglia legale conclusasi in tribunale.

Insomma, se per esprimere solidarietà a una proprietà, penalizzata da decenni di legislazione locativa. bisogna essere fascisti, allora mi sa che qualcuno dovrà ripassare un po' di storia. :)


domenica 17 maggio 2026

Una nuova canzone

Ebbene si! Sembra che ci stia prendendo gusto!

Ho scritto un nuovo testo, trasformato in canzone grazie all'ausilio della tanto famigerata I.A., che ho utilizzato per farci una musica adeguata.

Inutile ribadirlo, non sono né cantante né musicista.

Sono scrittore, quindi non esco dalla mia fascia di competenza, quel che posso fare è scrivere parole.

Il testo della canzone l'ho scritto pensando al capitolo di Contrabbandati: "L'articolo letale" e si intitola L'ultima pagina.




Descrive lo stato d'animo del Giornalista quando si mette innanzi la sua tastiera per scrivere un articolo molto scomodo, 



uno di quelli che potrebbero mettere a repentaglio la sua vita e ne è ben consapevole.

Questo è solo l'inizio....come finirà non mi è dato dirlo. Scriverà l'articolo o ci ripenserà?

Vi lascio nel dubbio  e vi do appuntamento alla prossima.


mercoledì 13 maggio 2026

Le catene dell'abitudine

Le catene dell'abitudine sono troppo leggere per essere sentite, finché non diventano troppo pesanti per essere spezzate.


E' una delle frasi più celebri di Warren Buffet, e spiega un meccanismo psicologico molto potente.

Perché le abitudini generalmente non si impongono con violenza. 

Non sono catene fisiche


 

Arrivano in silenzio, tramite ripetizioni quotidiane.

Poi diventano struttura. Poi diventano prigione.


E questo vale per tutto: denaro, relazioni, pensieri, dipendenza, disciplina e addirittura sulle autoconvinzioni.

La cosa positiva è che questo non vale solo per le cattive abitudini.

Funziona tutto allo stesso modo, anche per le buone: allenarsi, studiare, leggere, scrivere e (perché no?) risparmiare.

Quel che inizialmente sembra un gesto minuscolo, col tempo si trasforma in identità.

E sta a vedere che anche la libertà può nascere da lì.

Dalle catene che scegliamo, prima che siano loro a scegliere noi.


domenica 3 maggio 2026

Ho scritto un inno per l’Inter. E l’ha cantato l’intelligenza artificiale.



Non era previsto.

Non era programmato.

È successo.

Ho scritto un inno per l’Inter.

Non per far numero. Non per moda.

Perché certe cose, a un certo punto, ti vengono addosso.

Non l’ho cantato io.

Per un semplice motivo

Non so cantare.

L’ho solo scritto.

E l’ha cantato l’intelligenza artificiale.

Sì, proprio così.

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Viviamo in un momento in cui tutti parlano di IA.

Pochi la usano davvero per dire qualcosa.

Io ho provato a fare una cosa semplice:

mettere insieme passione e tecnologia.

Cuore e algoritmo.

Il risultato è questo.

👇

[Ecco il VIDEO]

Non è perfetto.

E non deve esserlo.

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Un inno non serve quando tutto va bene.

Serve quando ti riconosci.

Quando perdi. Quando vinci. Quando resti.

E se poi vinci, come stai succedendo ora, meglio!

Ora la domanda è semplice:

vi rappresenta?

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Perché alla fine è sempre così:

puoi usare qualsiasi mezzo — voce, carta, intelligenza artificiale —

ma se non dici qualcosa che resta, non serve a niente.

Io continuo a scrivere.

E continuerò a farlo.

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E poi c’è un’altra cosa.

Se un’idea viene rimbalzata solo perché non arriva dalla persona “giusta”,

non è nemmeno colpa di chi la propone.

Adesso c’è l’intelligenza artificiale.

Quella tanto odiata.

Forse perché è fredda.

Forse perché è diretta.

O forse perché, proprio per questo, è difficile da ignorare.

Perché quando qualcosa funziona......funziona!

Al di là di chi la propone.

Al di là di simpatie, conoscenze, dinamiche.

Raccomandazioni.

Clientelismo.

Convenienze.

Devo continuare?

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Dimenticavo!

I rifiuti sono come le malelingue.

Non dicono nulla su chi li subisce,

ma dicono tutto su chi li fa.





martedì 14 aprile 2026

I miei testi ora sono anche musica



Non sono un musicista.
E lungi da me pensare di diventarlo.

Anni fa ho scritto due testi, di getto.
Senza tecnica, senza un’idea precisa.
Solo perché in quel momento dovevano uscire.

Poi sono rimasti lì.

Uno chiuso in un cassetto.
L’altro bocciato senza nemmeno essere letto.
Forse perché ero io?

Oggi ho provato a fare qualcosa di diverso.
Li ho rivisti e lavorati 
Li ho trasformati in musica.

Ebbene si! Ho usato l’intelligenza artificiale.
So che a molti non piace.
Che è fredda, artificiale, sbagliata.

Ma ha un fottutissimo pregio:
non sa chi sono.
E non le importa.

Prende quello che sei e lo restituisce.
La prima è più diretta, più istintiva: Crepacuore




La seconda è più lenta, più malinconica: Ricordo




Non so se sono canzoni.
Non so se funzioneranno mai.

So solo che sono mie.
E sì, probabilmente darà fastidio.

Mi basta che arrivino a qualcuno.
Gli altri possono anche odiarle. Non fanno per loro.

domenica 15 marzo 2026

9 marzo 2026: data storica passata inosservata

 Avete letto bene! 

La data menzionata nel titolo è da considerare storica.




Che cosa sarà mai successo di così speciale da renderla tale? E perché quasi nessuno se n’è accorto?
Il 9 marzo, intorno alle 15:00 (ora italiana), è stato minato il venti milionesimo Bitcoin.
Oltre il 95% dell’intera supply, fissata dal protocollo in 21 milioni di unità, è ormai sul mercato.
Il restante 5% verrà minato nei prossimi 114 anni.

Ma non solo.

Oltre il 30% dei Bitcoin ancora da minare, circa 340.000 unità, sarà minato entro due anni.
Altri 320.000 Bitcoin verranno minati nel ciclo successivo, che si presume durerà poco meno di quattro anni.
Altri 160.000 Bitcoin saranno minati nel ciclo seguente.

Basta fare un conto aritmetico molto semplice: della scarsità residua, ben 820.000 Bitcoin saranno minati entro i prossimi dieci anni.

Per estrarre i restanti 180.000 sarà invece necessario circa un secolo.
Bitcoin diventerà quindi un asset sempre più raro e, proprio per questo, potenzialmente sempre più prezioso.

Se il prezzo è determinato dall’incontro tra domanda e offerta, con un’offerta così bassa quanto potrebbe aumentare il valore di Bitcoin?

La risposta dipende, ovviamente, anche dalla domanda.

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A proposito della domanda

In questi anni ha contribuito a far crescere il prezzo di Bitcoin in maniera esponenziale, nonostante l’offerta iniziale fosse molto più alta.




Perché tutto questo accadesse, qualcosa di straordinario doveva per forza essersi verificato.
E così è stato.
In appena quindici anni di storia, Bitcoin è passato dall’essere un semplice protocollo utilizzato da una ristretta cerchia di nerd appassionati di privacy — i cypherpunk — a diventare l’ETF di maggior successo della storia.

Non solo: oggi è entrato anche tra gli asset che compongono il Global Store of Value.

Ha bruciato le tappe.
Quindici anni, per un asset, sono pochissimi.
Per fare un esempio, l’oro ha una storia millenaria.

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A proposito del Global Store of Value




È il mercato globale delle riserve di valore.

Comprende tutti quegli asset che le persone utilizzano principalmente per conservare ricchezza nel tempo, non per spenderla subito.
Beni acquistati per difendere il proprio potere d’acquisto.
Immobili, azioni, obbligazioni, oro, opere d’arte, oggetti da collezione e, oggi, anche Bitcoin.

Il suo valore attuale è stimato in circa 550-600 trilioni di dollari, così suddivisi:

Immobili: 300 trilioni di dollari (50%-55% del totale)
Obbligazioni: 130 trilioni di dollari (20%-25% del totale)
Azioni: 110 trilioni di dollari (circa 20% del totale)
Oro: 15 trilioni di dollari (2,5%-3% del totale)
Arte e collezioni: 3 trilioni di dollari (0,5% del totale)
Bitcoin: 1,3 trilioni di dollari (0,2% del totale)

Guardando ai prossimi dieci anni, non è affatto utopico immaginare che questo mercato possa raggiungere — o almeno avvicinare — i 1.000 trilioni di dollari.

Persino una valuta relativamente stabile come il dollaro o l’euro — che verrebbe quasi voglia di chiamare “svaluta” — perde valore mediamente attorno al 2% annuo.
In alcune fasi particolari, come durante la pandemia da Covid, con la guerra in Ucraina o con l’attuale clima di tensione geopolitica, si possono registrare tassi anche superiori al 3%.
La sola erosione monetaria, nel tempo, farebbe crescere il valore nominale complessivo del Global Store of Value fino a 750-800 trilioni di dollari.

Ma c’è di più: 

la tendenza delle persone, anche grazie all’avvento dei broker online, che consentono di investire con commissioni molto più basse, è quella di aumentare progressivamente la propria esposizione ad essi.

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A proposito di Bitcoin



Proiettare un aumento del suo peso, all’interno del Global Store, of Value fino all’1% non è affatto un’ipotesi aggressiva.

Per molti analisti è addirittura una previsione prudente, considerando realistico anche uno scenario superiore al 2%.

Si può provare allora a immaginare il suo prezzo futuro?

Senza avere la pretesa di indovinare, si può ragionare su tre ipotesi molto semplici: calcolare l’1%, il 2% e il 3% di 1.000 trilioni di dollari e dividere il risultato per 20,8 milioni di Bitcoin, cioè la supply prevista.

Ne uscirebbero questi scenari:

L’1% equivarrebbe a 10 trilioni di dollari: un Bitcoin varrebbe circa 480.000 dollari
Il 2% equivarrebbe a 20 trilioni di dollari: un Bitcoin varrebbe circa 960.000 dollari
Il 3% equivarrebbe a 30 trilioni di dollari: un Bitcoin varrebbe circa 1.440.000 dollari
Naturalmente, questa non è una previsione certa.
È semplicemente l’analisi di un’ipotesi, sulla cui validità ciascuno di noi è chiamato a riflettere.
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Il punto non è che il 9 marzo 2026 sia stato minato il ventimilionesimo Bitcoin.





Il punto è che quasi nessuno abbia capito davvero cosa significhi.
Perché la gente si sveglia sempre tardi.
Si sveglia quando il prezzo è già esploso, quando i titoli dei giornali diventano isterici, quando persino il vicino pirla ti chiede come comprare.
Ma la storia non cambia in quel momento. La storia cambia prima. Quando quasi nessuno guarda.
E il 9 marzo 2026, in silenzio, qualcosa è cambiato davvero.





martedì 3 marzo 2026

Europa e Euro digitale: sempre a guardare?

Il mondo corre verso la finanza digitale. 



Gli USA rafforzano il loro dollaro, tokenizzano il debito, guadagnano terreno.

E l’Europa? 




Seduta, a guardare. 
L’euro digitale? Un esperimento lento, burocratico e senza appeal globale.
Perché mai qualcuno al di fuori dell’UE lo dovrebbe usare?
Limiti chiari.
Decisioni lente: 27 stati membri.
Poco attraente fuori dal continente.
Troppe regole: privacy e KYC.

E l'Italia?




Vincolata, spettatrice, incapace di sfidare il
dollaro.



Il paradosso
Bitcoin e stablecoin avanzano.
 




L’euro digitale resta fermo.



Chi non corre, rischia di restare indietro.

Domanda finale:

Europa e Italia si sveglieranno o resteranno spettatori?

martedì 24 febbraio 2026

E io lo avevo scritto!

Nonostante il ritardo  buon 2026 a tutti.

Questo è il primo articolo dell'anno e parto con il piede sull'acceleratore!



Mi riferisco proprio a questo libro,  scritto nel lontano (ma non troppo) 2023.


Perché ci tengo così tanto a parlarvene?

Per le reazioni di scherno e di rabbia ricevute in seguito a quanto scritto.

Diversi sono i punti "incriminati", 

ma l'argomento principale - quello della discordia -  riguardava il paragrafo intitolato La fine del dollaro, nel quale sottolineavo come, in poco più di cent'anni avesse perso circa il 95% del suo valore, e come la vera questione non fosse se, ma quando avrebbe perso il restante 5%.

Sono stato definito complottista.

Ho scritto della mancanza di valore intrinseco, la stessa di cui l'ex governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco riferendosi a Bitcoin nel  2022 , (poi l'immediato futuro disse come andò a finire, ma sembra che quasi nessuno ci abbia fatto caso).


E di quando, da ferragosto del 1971, l'ex Presidente degli Stati Uniti d'America Nixon slegò il dollaro dall'oro.

Sono stato definito complottista.

Ed eccovi allora servito un video di un giornalista di livello, firma di prim'ordine di un quotidiano economico molto riconosciuto a livello nazionale: 

Il Sole 24 ore.

Nonostante ciò, in questi ultimi tempi, il dollaro ha dimostrato forza.

 




Quindi...

Potrei essere definito complottista.

Ma un importante indizio indica ciò che affermavo: 

il recente exploit delle materie prime!

Vi invito quindi, se volete, a seguire anche questo video.

Se lo ascolterete, intorno al minuto cinque, vi renderete conto che, quando affermavo che, se il dollaro era messo male, l'euro era messo anche peggio...
 forse non ero così complottista. 

Qualora non aveste letto il mio libro, se vorrete farlo, segnalo che potete ordinarlo comodamente, cliccando qui tramite Amazon



Nel libro troverete anche consigli, dettati dalla mia veneranda esperienza, su come approcciarsi a diversi ambiti della vita, in particolar modo quello lavorativo e quello della formazione (anche autodidatta).

Ho sottolineato come non ritenessi fondamentale il raggiungimento della carriera - in quel caso mi rivolgevo ai dipendenti:

Sono stato definito fustigatore (dai! stavolta si cambia)

Ma come fosse spesso più redditizio sviluppare ulteriori fonti di reddito da affiancare a quello principale, dipendente o autonomo che fosse:

Sono stato definito complottista.. (e dai! ci risiamo!)

Ho scritto di quanto fosse stupido e pericoloso svendere la propria privacy  in cambio di vantaggi immediati -oltretutto modesti:

Sono stato definito complottista.

Ho consigliato di resistere alle mode e di non cadere vittime della pubblicità, trappola perfetta per il consumismo. Perché buttare via così facilmente il nostro denaro in acquisti non necessari? Dedichiamo giornate intere, sacrificando la vita per uno stipendio.

Sono stato definito complottista.. (ovvio)

Ho invitato  invece a valutare la possibilità di cavalcare l'onda del consumismo, analizzando aziende che producono beni consumabili e che hanno clienti di ritorno, per capire se utilizzare i soldi risparmiati dallo shopping per acquistarne le azioni,  diventandone soci e incassando - seppur piccoli - dividendi.

Sono stato definito opportunista. 

Ovviamente quanto scritto nel libro non ha la pretesa di predicare nulla. 

Non sono perfetto e so di sbagliare. Recentemente è successo.

Ero convinto, per esempio, di un'ultima bull run ciclica di Bitcoin tra fine 2025 e inizio 2026. 

Mi sono sbagliato, (anche se avvenimenti politici hanno inciso non poco su questa inversione anticipata e, almeno a me, imprevista).

Lo scrissi in un articolo, del 21 maggio 2025, e più recentemente in un altro articolo, datato 23 settembre.

A dire il vero, nel futuro immediato  Bitcoin è comunque cresciuto, raggiungendo un nuovo ATH in ottobre, ma non nascondo che avrei pensato potesse testare livelli ben più alti.

Del resto non ho certezze, ho domande. E continuerò a farmele, anche quando dà fastidio. E se queste riflessioni ti hanno dato fastidio, sappi che nel libro sono sviluppate senza filtri.


Il momento di salutarvi è arrivato, dandovi appuntamento quanto prima.

Ciao!!!